Quando si parla del male nel mondo, la prima risposta che quasi tutti conoscono è «Dio ci ha fatti liberi, e la libertà può fare il male». È una risposta seria, e per un certo tipo di male funziona benissimo: la guerra, la tortura, l'abuso nascono da scelte umane. Ma prova ad applicarla a un terremoto che seppellisce un villaggio, a un tumore che aggredisce un bambino di tre anni, allo tsunami, alla sofferenza di miliardi di animali per milioni di anni prima ancora che l'uomo comparisse. Chi ha scelto tutto questo? Nessuno. E allora la risposta più famosa — il libero arbitrio — resta a bocca aperta.
Questo è il male naturale, ed è il vero nodo irrisolto del problema del male: la parte scomoda che le apologetiche frettolose saltano e che i teologi più onesti, invece, guardano in faccia. Non aspettarti da questa pagina una formula che chiude tutto: qui si tratta della frontiera più aperta della questione. Ma «aperta» non vuol dire «senza niente da dire»: vediamo cosa si può dire, con onestà, e dove il pensiero si ferma.
In breve
- Il male naturale (disastri, malattie, sofferenza animale) non nasce da scelte umane: per questo la Difesa del Libero Arbitrio, che copre il male morale, non lo tocca.
- È la frontiera aperta del problema del male: la versione evidenziale (il male rende Dio improbabile) si gioca soprattutto qui.
- Le risposte principali — leggi di natura stabili, formazione dell'anima, scetticismo teistico — attenuano il problema ma nessuna lo «risolve».
- La sofferenza animale prima dell'uomo è il caso più difficile: non la spiega né la colpa umana né una crescita spirituale.
- La risposta cristiana non è una teoria che spiega, ma la Croce che condivide: sposta la domanda da «perché?» a «Dio è con me?».
Due mali diversi, un abisso in mezzo
Ripartiamo dalla distinzione che regge tutto, perché saltarla è la ragione per cui tante discussioni girano a vuoto. «Il male» non è una cosa sola.
Il male morale è quello che gli uomini si fanno a vicenda: ha un responsabile, un nome, un volto. Qualcuno ha scelto. Ed è qui che la Difesa del Libero Arbitrio funziona: una libertà vera include la possibilità di dire di no al bene — altrimenti sarebbe un guinzaglio, non libertà. Il nodo logico di questa parte è sciolto nell'articolo Il problema del male.
Il male naturale è tutt'altra faccenda: il terremoto, il virus, la siccità, il predatore che sbrana la preda. Nessuna scelta libera lo provoca. E qui la libertà umana non ha nulla da dire — non puoi incolpare il libero arbitrio di una faglia geologica. È esattamente questo scarto a rendere il male naturale il problema più difficile: toglie di mezzo la risposta più forte e lascia la domanda nuda.
Le risposte serie (e i loro limiti)
Nei secoli si sono proposte diverse teodicee — tentativi di rendere ragione del male senza negarlo. Nessuna, presa da sola, chiude il caso; ma messe insieme mostrano che il teismo non è costretto ad arrendersi. Vediamo le principali sul male naturale.
La necessità di leggi stabili. Un mondo abitabile ha bisogno di regolarità: la stessa gravità che tiene i pianeti in orbita fa cadere il masso; la stessa chimica che permette la vita permette al virus di replicarsi. Un universo in cui Dio sospendesse le leggi ogni volta che stanno per fare male sarebbe un caos imprevedibile, dove nessuna scelta responsabile sarebbe possibile. Il filosofo Richard Swinburne ha sviluppato questa linea: le leggi di natura sono il prezzo di un mondo ordinato e conoscibile. Il limite: spiega che il male naturale è possibile, non perché ce ne sia tanto, e così apparentemente sproporzionato.
La formazione dell'anima. In questa prospettiva — che risale a Ireneo e fu ripresa nel Novecento da John Hick — un mondo senza difficoltà produrrebbe creature immature: è affrontando la fatica, il rischio, persino il dolore che l'uomo cresce in virtù, coraggio, compassione. Un mondo-culla, tutto ovattato, non farebbe maturare nessuno. Il limite: fatica a giustificare la sofferenza che non fa crescere nessuno — quella di un neonato che muore, di un animale che agonizza senza testimoni.
Lo scetticismo teistico. È un invito all'umiltà: dal fatto che noi non vediamo a cosa serva una certa sofferenza, non segue che non serva a nulla. Le nostre capacità sono limitate rispetto a una mente infinita, come un bambino di due anni che non capisce perché il medico lo punga con un ago. Il limite: se ci dichiariamo così ciechi da non poter giudicare, come facciamo poi a dire con certezza che l'Olocausto era male? La lama taglia da entrambe le parti.
Il caso più duro: la sofferenza animale
C'è un punto su cui vale la pena essere spietatamente onesti, perché è quello che mette più in difficoltà. Per milioni di anni, prima che comparisse un solo essere umano, gli animali hanno sofferto: predazione, malattia, fame, estinzioni di massa. Nessun uomo da educare, nessuna anima da formare, nessuna colpa da espiare. Solo dolore, apparentemente a perdere.
Questo caso — che colpì profondamente lo stesso Darwin — è il più resistente a ogni teodicea, perché scarta in un colpo sia il libero arbitrio (nessuna scelta umana) sia la formazione dell'anima (nessuna anima umana in gioco). Le risposte disponibili sono più caute e più ammesse come parziali: che la sofferenza animale sia di natura diversa dalla nostra (senza la coscienza riflessa che moltiplica il dolore umano); che un mondo che evolve per vie naturali comporti inevitabilmente questi costi; che rientri in un disegno che non riusciamo ad abbracciare. Sono attenuazioni, non soluzioni. E i teologi seri lo dicono senza giri di parole: qui il mistero resta più spesso.
Nota
Distinguere rispondere da risolvere è tutto. Una risposta mostra che credere resta ragionevole nonostante il male naturale. Una soluzione spiegherebbe perché ogni singolo dolore esista. La prima è alla nostra portata; la seconda, ammettono molti teologi, forse non arriverà mai in questa vita. Chi promette la seconda tradisce l'onestà; chi nega anche la prima tradisce la ragione.
La risposta cristiana: non spiegare, condividere
E qui il cristianesimo dice qualcosa che la sola filosofia non può dire — e che sposta il terreno. Davanti al male naturale non offre anzitutto una teoria migliore delle altre. Offre un fatto: Dio non è rimasto fuori dalla sofferenza a osservarla dall'alto, l'ha attraversata dall'interno. Sulla Croce, Dio stesso grida l'abbandono. Non una spiegazione del perché il male ci sia, ma una solidarietà radicale con chi lo vive.
È un cambio di domanda, non un trucco per aggirarla. La questione «perché il terremoto?» resta, e nessuno la chiude con un sillogismo. Ma alla domanda che urla davvero nel dolore — «Dio, dove sei adesso?» — la fede cristiana risponde: qui, dentro, con te. Come le tre grandi religioni affrontano, ciascuna a modo suo, questa stessa ferita, lo vedi in Il male e la sofferenza nelle tre religioni.
I dubbi più frequenti (detti a voce alta)
- «Ma allora ammettete che non avete una risposta?» Ammettiamo che non abbiamo una formula che spiega ogni dolore — e chi la vende, mente. Abbiamo però risposte parziali che, insieme, mostrano che il male naturale non rende la fede assurda, e una risposta esistenziale (la Croce) che la filosofia da sola non ha. Non avere la spiegazione completa non è la stessa cosa che non avere niente.
- «Un Dio buono non avrebbe fatto un mondo senza terremoti?» Forse, ma un mondo del genere avrebbe leggi diverse — e non è affatto detto che avrebbe permesso la vita, o esseri liberi e responsabili. La stessa dinamica della crosta terrestre che provoca i sismi è legata a ciò che rende il pianeta abitabile. Non è ovvio che «mondo senza dolore» e «mondo con noi dentro» siano compatibili.
- «E la sofferenza degli animali, prima dell'uomo? Lì non c'è scusa.» È il caso più duro, e non lo nascondiamo: né la colpa umana né la crescita spirituale lo toccano. Le risposte qui sono più caute — la diversa natura del dolore animale, i costi di un mondo che evolve — e più esplicitamente parziali. È il punto in cui il mistero pesa di più, e fingere il contrario sarebbe disonesto.
- «Dire "è un mistero" non è arrendersi?» Dipende come lo si usa. Se serve a zittire ogni domanda, sì, è una scappatoia. Ma qui è il contrario: lo scetticismo si applica anche al credente, che infatti non pretende di avere la spiegazione in tasca. «Mistero» non vuol dire «non pensarci»: vuol dire «l'ho pensato fino in fondo, e la ragione arriva a un confine che non supera».
Perché ti riguarda
Non serve un terremoto in tv: prima o poi il male naturale ti tocca da vicino, in una diagnosi, in una perdita che nessuno ha «voluto». In quel momento non ti serve un teorema, e questa pagina non finge di dartelo. Ti serve sapere due cose, e sono esattamente le due che la ragione onesta può offrirti.
La prima: credere non è ingenuo. Il male naturale è un'obiezione seria, la più seria — ma non rende la fede una contraddizione, solo una fiducia che cammina senza avere tutte le risposte. La seconda: la fede cristiana non ti mette in mano una spiegazione del tuo dolore, ti mette accanto un Dio che in quel dolore c'è entrato. Il quadro completo di come la ragione si avvicina a Dio, obiezione del male inclusa, è nella guida Dio esiste?. La domanda «perché?» resterà anche dopo l'ultima riga. Ma forse non è più la domanda più importante.
I Vangeli non evitano la domanda: Gesù stesso commenta il crollo della torre di Sìloe, che non fu una punizione, nel commento a Luca 13, e la paura davanti alla tempesta sul lago è al centro di Marco capitolo 4. Per leggere Marco dall'inizio alla fine, con lo stesso commento, c'è anche il libro dedicato al suo Vangelo.
Fonti e approfondimenti
Per chi voglia approfondire il male naturale e le teodicee, ecco alcune opere di riferimento.
- Richard Swinburne, Providence and the Problem of Evil (Oxford University Press, 1998): la linea delle leggi di natura necessarie.
- John Hick, Evil and the God of Love (1966): la teodicea della «formazione dell'anima» (soul-making).
- William L. Rowe, The Problem of Evil and Some Varieties of Atheism (1979): la versione evidenziale e l'esempio della cerva ustionata.
- Giovanni Paolo II, lettera apostolica Salvifici Doloris (1984): il senso cristiano della sofferenza.
- Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 309-314 (la provvidenza e lo scandalo del male) e n. 385.