Vangelo di Matteo · Capitolo 27

Matteo 27 — commento e guida allo studio

Matteo 27 racconta il processo, la condanna e la morte di Gesù: il momento in cui il rifiuto degli uomini incontra il silenzio di Dio.

CEI 2008 · 28 luglio 2026 · AtriumLeggi Matteo 27 per intero ↗

The Crucifixion, Master of the Codex of Saint George
Master of the Codex of Saint George, The Crucifixion, ca. 1330–35 · The Metropolitan Museum of Art · Pubblico dominio (Open Access)

🔍 Analisi

La morte di Giuda(vv. 1–10)

Trenta monete d'argento sparse sul terreno sotto un albero spoglio, una corda pende nell'ombra.

Ti è mai capitato di fare qualcosa e, un secondo dopo averla fatta, sentire lo stomaco stringersi? Ecco: è esattamente il punto in cui inizia questo capitolo. La decisione è già stata presa nella notte — «tennero consiglio contro Gesù per farlo morire» (v. 1) — e Giuda, vedendo dove sta andando a finire, crolla. Confessa a chiare lettere: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente» (v. 4). Non è un cattivo che non capisce cosa ha fatto: capisce benissimo, ed è questo a distruggerlo.

Ma guarda la risposta dei capi dei sacerdoti, gelida come un muro: «A noi che importa? Pensaci tu!» (v. 4). Nessuno spazio per il perdono, solo per la contabilità. Giuda getta le monete nel tempio e va «ad impiccarsi» (v. 5). Qui c'è una distinzione che vale una vita intera: il suo rimorso non diventa conversione. Sentire il peso di uno sbaglio non basta — bisogna anche fidarsi che esista una misericordia più grande dello sbaglio. A Giuda è mancato proprio quel secondo passo. Con quel denaro, considerato «prezzo di sangue» (v. 6), i sacerdoti comprano il «Campo del vasaio» (v. 7). E Matteo, da attento lettore della Scrittura, legge tutto come compimento della profezia di Geremia (vv. 9–10): perfino il tradimento, il fondo più nero, non sfugge al disegno che Dio porta comunque a termine.

Gesù davanti a Pilato(vv. 11–14)

Un bacino d'acqua immobile davanti a un trono vuoto, ombra silenziosa in lontananza.

Il governatore romano va dritto al punto: «Sei tu il re dei Giudei?». E Gesù risponde con una formula spiazzante, che non conferma e non nega: «Tu lo dici» (v. 11). Poi, davanti a tutte le accuse dei capi dei sacerdoti e degli anziani, «non rispose nulla» (v. 12). Il silenzio va avanti al punto che Pilato ne resta «assai stupito» (v. 14).

Fermati un attimo qui, perché è controintuitivo. Noi il silenzio lo leggiamo come debolezza: chi tace ha perso, chi non si difende ha torto. Con Gesù è il contrario. Non tace perché non ha argomenti — tace perché non vuole giocare la partita con le armi degli accusatori. La sua identità non ha bisogno di essere strappata a forza in un tribunale: si mostrerà da sé, sulla croce. È il coraggio di chi non deve avere l'ultima parola per sapere di avere ragione.

Barabba o Gesù? Il verdetto della folla(vv. 15–26)

Due sentieri che si separano nella foschia, una porta di prigione aperta e vuota sullo sfondo.

Pilato cerca una scappatoia. C'era l'usanza di liberare un prigioniero per la Pasqua, e lui la usa come via d'uscita: «Barabba o Gesù, chiamato Cristo?» (v. 17). Sa perfettamente che dietro l'accusa c'è invidia, non giustizia (v. 18), e persino sua moglie gli manda un messaggio d'allarme su «quel giusto» (v. 19). Ha tutte le informazioni per fare la cosa giusta. Ma la folla, aizzata dai capi religiosi, sceglie Barabba e grida: «Sia crocifisso!» (v. 22).

Pilato prova a resistere ancora un colpo — «Ma che male ha fatto?» (v. 23) — e poi cede. Si lava le mani davanti a tutti e dichiara: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!» (v. 24). Ecco il gesto più moderno di tutto il capitolo: l'illusione di poter delegare una decisione, di poter dire "non è colpa mia" mentre stai firmando la condanna. Un po' come premere "accetto" senza leggere e poi dare la colpa al sito. La folla risponde con una frase carica di secoli di storia: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli» (v. 25) — su come questa frase è stata tragicamente strumentalizzata torniamo nel Dive Deeper, perché va capita bene. Barabba viene liberato, Gesù flagellato e consegnato alla croce (v. 26).

La derisione dei soldati(vv. 27–31)

Una corona di spine posata su un mantello di porpora abbandonato, luce fredda intorno.

Nel pretorio — cioè il quartier generale dei soldati romani — la truppa si organizza uno spettacolo crudele. Prende Gesù e lo trasforma in un re da barzelletta: mantello scarlatto al posto della porpora regale, una corona intrecciata di spine al posto dell'oro, una canna in mano al posto dello scettro. Si inginocchiano per finta e lo salutano con sarcasmo: «Salve, re dei Giudei!» (v. 29). Gli sputano addosso, lo colpiscono, poi gli tolgono il mantello e lo portano verso il Calvario.

C'è un'ironia enorme, e i soldati non se ne accorgono. Ogni gesto pensato per umiliarlo dice, senza volerlo, la verità più profonda: quell'uomo è davvero re. Solo che è un re che regna in un modo che nessuno si aspetta — non dominando dall'alto, ma amando dal basso, fino a lasciarsi mettere in mezzo alla scena come un buffone. Lo scherno diventa, suo malgrado, una proclamazione.

La crocifissione al Golgota(vv. 32–44)

Tre croci in controluce sulla sommità di una collina spoglia, cielo grigio e silenzioso.

Simone di Cirene, uno che passava di lì per caso, viene costretto a portare la croce (v. 32): a volte la fede entra nella vita così, come un peso che ti capita addosso e finisce per cambiarti. Al Golgota — il "luogo del cranio", una collinetta appena fuori Gerusalemme — offrono a Gesù «vino mescolato con fiele» (v. 34), una specie di anestetico rudimentale, e lui lo rifiuta dopo averlo appena assaggiato: sceglie di attraversare tutto da sveglio, senza attutire nulla.

Viene crocifisso tra due ladroni, e sopra il suo capo mettono la scritta con il "reato": «Costui è Gesù, il re dei Giudei» (v. 37). I passanti lo insultano e lo sfidano a scendere dalla croce «se tu sei Figlio di Dio» (v. 40); anche i capi dei sacerdoti lo deridono, rinfacciandogli le sue stesse parole: «Sono Figlio di Dio» (v. 43). Persino i due ladroni crocifissi con lui si uniscono agli insulti (v. 44). È il momento della solitudine totale: nessuno, in quella scena, sta dalla sua parte. E qui sta il paradosso del Vangelo — è proprio restando lì, senza scendere, che dimostra chi è. La sfida «se sei Figlio di Dio, salvati» chiedeva un Messia che si toglie dai guai; lui risponde con un Messia che resta nei guai degli altri.

La morte di Gesù e i segni che l'accompagnano(vv. 45–56)

Il velo del tempio squarciato, un sottile bagliore dorato che attraversa lo strappo nell'oscurità.

A mezzogiorno, l'ora della luce più piena, cala il buio su tutta la terra (v. 45): la natura stessa sembra reagire. Poi Gesù grida in aramaico — la sua lingua di tutti i giorni — «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (v. 46). Sono le prime parole del Salmo 22, e vale la pena non fraintenderle: non è un urlo di disperazione senza fede. È un uomo che, nel punto più buio, prende una preghiera antica e la fa sua. Chi conosceva quel salmo sapeva che non finisce nel grido, ma nella fiducia. Gesù entra nel dolore fino in fondo — anche nel sentirsi lasciato solo da Dio — proprio per non lasciare da soli noi, quando ci capita di provare la stessa cosa.

Qualcuno tra i presenti fraintende e crede che stia chiamando il profeta Elia. Gesù grida ancora ed «emise lo spirito» (v. 50). E subito succedono cose enormi: «il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo» (v. 51) — quel velo separava la parte più sacra del tempio, dove si pensava abitasse Dio, dal resto: si strappa perché ora l'accesso a Dio è aperto a tutti. La terra trema, le tombe si aprono e alcuni morti risorgono, apparendo in città (vv. 52–53). E poi la frase-chiave, che pronuncia la persona più inaspettata: il centurione, un soldato pagano, guardando come Gesù muore, confessa: «Davvero costui era Figlio di Dio!» (v. 54). Ci sono anche alcune donne che avevano seguito Gesù fin dalla Galilea, tra cui Maria di Màgdala (vv. 55–56): quando quasi tutti sono fuggiti, sono loro a restare.

La sepoltura e la custodia del sepolcro(vv. 57–66)

Una pietra rotonda sigilla l'ingresso di una tomba nella roccia, ombre immobili di sentinelle vicino.

A prendersi cura del corpo è Giuseppe di Arimatea, un discepolo di Gesù. Ottiene da Pilato il permesso, avvolge il corpo in un lenzuolo e lo depone in un sepolcro nuovo, scavato nella roccia (vv. 57–60). Maria di Màgdala e l'altra Maria restano lì, sedute di fronte alla tomba (v. 61): non hanno niente da fare se non stare, e stanno.

Il giorno dopo succede una cosa che, letta oggi, è quasi ironica. I capi dei sacerdoti tornano da Pilato, preoccupati che i discepoli rubino il corpo per poter dire «È risorto dai morti» (v. 64). Pilato concede le guardie, e la tomba viene sigillata e sorvegliata (vv. 65–66). In pratica prendono ogni precauzione perché nulla accada — e senza saperlo diventano i testimoni ufficiali che quella pietra era davvero chiusa, sigillata e sorvegliata. Se stai chiudendo tu stesso il capitolo pensando "finisce così", tieni a mente questo dettaglio: Matteo lo mette apposta, come un sipario che sembra calare per sempre proprio un attimo prima di rialzarsi.

Tema Chiave del Capitolo 27

Matteo 27 racconta il processo, la condanna e la morte di Gesù: il momento in cui il rifiuto degli uomini incontra il silenzio di Dio. La cosa impressionante è che ogni personaggio — Giuda, Pilato, la folla, i soldati, il centurione — reagisce a modo suo davanti a quest'uomo che non si difende, e nessuno riesce a restare neutrale. C'è chi lo consegna, chi se ne lava le mani, chi lo deride, chi alla fine lo riconosce. La croce diventa così il punto esatto in cui si vede, paradossalmente, chi è davvero Gesù: proprio mentre sembra sconfitto e finito, è un pagano — non un esperto di religione — a confessare la verità che i capi religiosi non avevano saputo vedere. È un capitolo che, prima ancora di chiederti di capire, ti chiede da che parte stai.

Chi è davvero questo Gesù resta la domanda che il capitolo lascia aperta, ed è la stessa che muove chi si interroga sulla storicità della sua morte e resurrezione, approfondita in una guida completa sulla resurrezione e nell'analisi delle fonti sulla tomba vuota. Per proseguire capitolo per capitolo, si può tornare a la guida al Vangelo di Matteo. Chi preferisce la carta trova lo stesso commento raccolto in un libro sul primo Vangelo.

💡 Reflect — Punti Chiave da Ricordare

  • Il silenzio di Gesù non è resa, è scelta. Non risponde alle accuse perché la sua identità non si difende a parole: si rivela nel dono di sé. Tacere, per lui, è il modo più forte di parlare.
  • Il rimorso di Giuda non basta a salvarlo. Sentire il peso di uno sbaglio, senza fidarsi che esista una misericordia più grande, diventa disperazione. La differenza tra Giuda e Pietro — che pure ha tradito — sta tutta lì: uno è tornato indietro, l'altro no.
  • Nessuno può "lavarsi le mani" davanti a Gesù. Pilato ci prova e non ci riesce: anche il non-scegliere è una scelta, e resta comunque colui che consegna Gesù alla croce. Il "non è colpa mia" non funziona quando la decisione è tua.
  • Il riconoscimento più chiaro viene da un pagano. Il centurione, guardando come Gesù muore, vede ciò che gli esperti della Legge non hanno saputo vedere. A volte è chi parte da più lontano ad arrivare più vicino.

🔎 Dive Deeper

Domanda per la vita:

Pilato si lava le mani per non sentirsi coinvolto. C'è una situazione, magari piccola, in cui hai fatto finta di non essere responsabile mentre in realtà lo eri? Cosa cambierebbe se smettessi di dire «pensateci voi»?

Approfondimento — «Il suo sangue ricada su di noi» (v. 25): Questa frase è stata usata per secoli, in modo distorto e colpevole, per giustificare l'antisemitismo cristiano — come se il popolo ebraico intero portasse una colpa collettiva ed ereditaria per la morte di Gesù. È un uso falso e la Chiesa lo ha respinto con chiarezza. Il Catechismo spiega che la responsabilità storica ricade su singole persone — alcuni capi di Gerusalemme e la folla radunata quel giorno — e non può essere estesa né agli ebrei del tempo né, tanto meno, a quelli di oggi (CCC 597). Anzi, la fede cristiana dice qualcosa di ben più scomodo: sono i peccati di tutti gli uomini, di ogni epoca, ad aver causato la Passione. Cercare un "colpevole storico" da additare è proprio il modo sbagliato di leggere il Vangelo, che invece punta il dito verso una responsabilità che riguarda ciascuno di noi — te compreso, me compreso.

Riferimenti al Catechismo della Chiesa Cattolica

  • CCC 597: La responsabilità della morte di Gesù non ricade su tutto il popolo ebraico
  • CCC 600: La morte di Gesù rientra nel disegno eterno di salvezza di Dio
  • CCC 619: Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture
  • CCC 627: La vera morte di Cristo, non apparente
  • CCC 2605: La preghiera filiale di Gesù nelle sue ultime parole sulla croce

🕊 Preghiera della Lezione

Salmo 22 (21), 1-10.19.25 — Il grido di abbandono che Gesù fa proprio sulla croce (CEI 2008)
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido!
Mio Dio, grido di giorno e non rispondi;
di notte, e non c’è tregua per me.
Eppure tu sei il Santo,
tu siedi in trono fra le lodi d’Israele.
In te confidarono i nostri padri,
confidarono e tu li liberasti;
a te gridarono e furono salvati,
in te confidarono e non rimasero delusi.
Ma io sono un verme e non un uomo,
rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente.
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».
Sei proprio tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai affidato al seno di mia madre.
si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
perché egli non ha disprezzato
né disdegnato l’afflizione del povero,
il proprio volto non gli ha nascosto
ma ha ascoltato il suo grido di aiuto.
Il Salmo 22 è citato letteralmente da Gesù al momento della morte (v. 46): «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È un salmo che parte dal grido più nero e attraversa la disperazione, ma non si ferma lì: nei versetti finali sfocia nella lode e nella fiducia. Pregarlo dopo aver letto questo capitolo aiuta a stare dentro il silenzio della croce senza scappare — a non fuggire dal buio — aspettando che si apra, come accade nel salmo stesso, verso la speranza.

📌 Versetto-memoria

«Davvero costui era Figlio di Dio!» (Mt 27,54)

Domande frequenti

Perché Pilato si lava le mani se poi condanna comunque Gesù?
Lavarsi le mani era un rito simbolico ebraico per dichiararsi innocenti di un delitto (cfr. Dt 21,6-7), ma Pilato lo compie mentre firma comunque la condanna: un gesto teatrale che non cambia i fatti. Il Catechismo ricorda che nessuno può liberarsi dalla responsabilità di una scelta semplicemente dichiarandosi estraneo: Pilato resta colui che consegna Gesù alla crocifissione. È l'illusione, molto attuale, di poter delegare una decisione che invece è nostra.
È vero che gli ebrei sono responsabili della morte di Gesù?
No, ed è importante dirlo con chiarezza perché su questo si sono costruite persecuzioni terribili. Il Catechismo afferma che la colpa storica riguarda alcune persone specifiche di quel tempo — alcuni capi religiosi e la folla di quel giorno — e non può essere estesa né al popolo ebraico di allora né, tanto meno, a quello di oggi (CCC 597). La tradizione cristiana insegna anzi che sono i peccati di tutti gli uomini a rendere ciascuno, in qualche modo, corresponsabile della Passione.
Perché alcuni morti risorgono nel momento in cui Gesù muore (vv. 52-53)?
È un segno simbolico con cui Matteo anticipa ciò che la morte di Cristo renderà possibile: la vittoria sulla morte stessa. Non è un episodio riportato dagli altri Vangeli, ed è letto dalla tradizione come un'anticipazione teologica della risurrezione — quasi una scintilla di ciò che accadrà a Pasqua — più che come cronaca in senso stretto.