Resurrezione

Gesù è davvero risorto? Cosa successe quando il più famoso ateo del mondo affrontò lo storico della resurrezione

C'è una domanda che, prima o poi, chi si avvicina al cristianesimo si ritrova davanti e non riesce più a scacciare: va bene tutto, ma Gesù è tornato davvero dalla morte, oppure è una bella storia che i suoi discepoli si sono raccontati per farsi coraggio? Non è una domanda da poco.

28 luglio 2026 · Atrium · Aggiornato il 1 ottobre 2026

Due leggii vuoti si fronteggiano su un palco in un'aula magna immersa nella penombra.

C'è una domanda che, prima o poi, chi si avvicina al cristianesimo si ritrova davanti e non riesce più a scacciare: va bene tutto, ma Gesù è tornato davvero dalla morte, oppure è una bella storia che i suoi discepoli si sono raccontati per farsi coraggio? Non è una domanda da poco. Se togli la resurrezione, il cristianesimo resta una buona filosofia con qualche massima sensata. Se la resurrezione è successa per davvero, allora cambia tutto — e la fede non chiede di «credere e basta», ma di guardare le prove.

Ed è esattamente ciò che accadde nel maggio del 1985, quando i due contendenti più adatti a questa sfida salirono sullo stesso palco. Non un predicatore contro uno scettico qualsiasi, ma lo storico cristiano Gary Habermas — uno specialista che ha dedicato la vita a studiare la resurrezione — contro Antony Flew, all'epoca il filosofo ateo più autorevole del pianeta, l'uomo i cui libri avevano insegnato a intere generazioni perché non credere. Per accordo reciproco misero da parte la grande domanda metafisica («Dio esiste?») e si concentrarono su un unico punto, freddo e verificabile: l'evidenza storica sostiene che Gesù è risorto? Due giurie di esperti — chiamate a valutare i contenuti e l'argomentazione — assegnarono nettamente la vittoria a Habermas. Ma il colpo di scena arrivò quasi vent'anni dopo, e fu più sorprendente del verdetto stesso.

In breve

  • Il dibattito verteva solo sulla resurrezione come fatto storico, non sull'esistenza di Dio: un terreno di fonti, date e metodo, non di metafisica.
  • Habermas argomenta con i «fatti minimi» accettati anche dagli studiosi scettici; Flew oppone il principio di David Hume secondo cui nessuna testimonianza può bastare a rendere credibile un miracolo.
  • Quel principio, però, è circolare: dà per scontato ciò che dovrebbe dimostrare.
  • Le giurie di esperti assegnano nettamente la vittoria a Habermas: Flew appare impreparato sugli studi storici del Nuovo Testamento.
  • Vent'anni dopo, Flew diventa deista — non per la resurrezione, ma seguendo le evidenze «ovunque conducessero».
  • Morale: la fede cristiana non teme l'esame storico; lo cerca.

Perché questo dibattito conta ancora oggi

Facciamo un passo indietro, perché la posta in gioco è più grande di un torneo tra due studiosi. Quando qualcuno ti dice che i credenti sono «creduloni», di solito immagina questo: gente che accetta cose senza prove, solo perché fa piacere crederci. Ebbene, la resurrezione è il punto in cui questo pregiudizio si può mettere alla prova sul serio. Non è un sentimento privato, non è un'esperienza interiore impossibile da controllare: è un'affermazione su qualcosa che, secondo i cristiani, è accaduto in un preciso momento della storia, con testimoni, luoghi e date. E ciò che si può collocare nella storia si può indagare con gli strumenti della storia.

Ecco perché quel palco del 1985 è così interessante. Da una parte c'era chi sosteneva la resurrezione non con un «lo sento nel cuore», ma con documenti, testimonianze e metodo storico. Dall'altra, il campione dell'ateismo intellettuale, un uomo lucidissimo e onesto. Se la fede fosse solo credulità, un incontro del genere sarebbe finito in fretta e in un solo modo. Non andò così.

I due contendenti: chi erano davvero

Prima di entrare nel merito, conosciamo gli avversari — perché la loro identità spiega metà della partita.

Gary Habermas non è un apologeta generico: è uno storico che ha fatto della resurrezione il lavoro di una vita, catalogando migliaia di studi accademici sul tema, credenti e non. La sua forza è tecnica: conosce le fonti, le date, i dibattiti degli specialisti del Nuovo Testamento meglio di chiunque.

Antony Flew era, semplicemente, il più eminente filosofo ateo del suo tempo. I suoi testi avevano formato generazioni di scettici; incarnava il naturalismo più rigoroso — cioè l'idea che esista solo la natura, e che tutto, senza eccezioni, si spieghi con cause naturali (niente miracoli, niente interventi dall'alto). Non un provocatore, ma un pensatore serio e coerente.

La posta era circoscritta e verificabile: non «Dio esiste?», ma «l'evidenza storica sostiene la resurrezione di Gesù?». Un terreno che, a differenza dei grandi dibattiti metafisici, si gioca su fonti, date e metodo — proprio il campo in cui i due erano più impari.

L'apertura di Habermas: un documento più antico dei Vangeli

Immagina di dover ricostruire un fatto accaduto molto tempo fa. La prima cosa che cerchi è una testimonianza il più possibile vicina all'evento: prima passa il tempo, più cresce il rischio che la storia si gonfi, si abbellisca, diventi leggenda. È buon senso, prima ancora che metodo storico.

Habermas apre proprio da qui. Stabilisce il terreno: le persone razionali non affrontano la questione con un rifiuto aprioristico dei miracoli — cioè scartandoli prima di guardare le prove. Poi cala la sua carta più forte: il Credo di 1 Corinzi 15. Si tratta di una formula di fede — un «credo», appunto, una specie di riassunto che i primi cristiani recitavano a memoria — che Paolo cita nella sua lettera perché l'aveva già ricevuta bell'e pronta. Gli studiosi la datano a circa tre-cinque anni dopo la morte di Gesù: una finestra così ravvicinata da escludere che si tratti di una leggenda formatasi col tempo. Le leggende hanno bisogno di decenni; qui parliamo di mesi o pochi anni.

E non è tutto. In quel testo Paolo scrive che Gesù apparve a Pietro, poi ai Dodici, poi a oltre cinquecento persone insieme — molte delle quali, precisa, sono ancora vive mentre lui scrive. È un invito implicito a verificare: «non mi credete? Andate a chiederglielo». Non è il linguaggio di chi inventa una favola al sicuro dopo secoli, ma di chi mette i testimoni sul tavolo.

L'apertura di Flew: «i miracoli non accadono»

Flew si schiera con David Hume, il grande filosofo scozzese del Settecento. L'argomento, nella sua versione più semplice, suona così: un miracolo è per definizione una violazione delle leggi di natura; e le leggi di natura sono confermate da un numero sterminato di osservazioni; dunque è sempre più probabile che un testimone si sbagli (o menta) piuttosto che le leggi di natura siano state davvero infrante. Conclusione: nessuna testimonianza potrà mai rendere razionale crederci.

Suona rigoroso. Ma c'è un problema, e Habermas lo coglie subito: è una posizione circolare. Equivale a entrare in un processo dicendo «l'imputato è colpevole» come premessa, prima ancora di ascoltare le prove. In un dibattito che ha per oggetto proprio «questo miracolo è accaduto?», rispondere «i miracoli non accadono mai» non è argomentare — è cambiare le regole per non dover giocare la partita.

Contesto

Habermas fa notare la petizione di principio: se alla domanda «qual è la probabilità che Gesù sia risorto?» si risponde «zero, perché i miracoli sono impossibili», non si è argomentato — si è solo ridefinito il problema per non affrontarlo. In pratica si decide il verdetto prima di guardare le prove.

Il metodo dei «fatti minimi»: la mossa più intelligente di Habermas

Qui vale la pena fermarsi, perché è la genialità della strategia di Habermas. Lui non ti chiede di credere alla Bibbia come parola ispirata, né di dare per buono ogni dettaglio dei Vangeli. Fa il contrario: parte solo dai fatti minimi — quei pochi punti su cui concorda la stragrande maggioranza degli studiosi, inclusi quelli scettici e atei. Roba come: Gesù morì per crocifissione; i suoi discepoli erano sinceramente convinti di averlo visto vivo dopo la morte; la tomba fu trovata vuota; nemici dichiarati come Paolo si convertirono di colpo.

La forza di questa mossa è che toglie all'avversario la scappatoia più comoda. Non puoi rispondere «ma la Bibbia non è affidabile», perché Habermas non sta usando la Bibbia come autorità: sta usando i dati che anche i tuoi studiosi accettano. A quel punto la domanda diventa una sola, ed è onesta: qual è la spiegazione migliore di questi fatti accertati? Approfondiamo il metodo più avanti, ma tienilo a mente: è la chiave di tutto il dibattito.

I punti cruciali: la tomba vuota e le allucinazioni

Ingresso oscuro di un sepolcro scavato nella roccia, con luce dorata che filtra dall'esterno.
La tomba vuota: il fatto che nessuna teoria naturalistica, secondo Habermas, riesce a spiegare del tutto.

Sciolto il nodo del «circolo vizioso» di Hume — quell'argomento che assume già ciò che deve dimostrare — Habermas affronta di petto la principale alternativa naturalistica: la teoria dell'allucinazione. L'idea è semplice: i discepoli non videro nessun risorto, ebbero solo visioni soggettive, prodotte dal dolore e dal desiderio. Un modo elegante per spiegare le apparizioni senza scomodare un miracolo.

Habermas la smonta con due osservazioni concrete. Primo: le allucinazioni sono private, non collettive. Sono come un sogno — ciascuno il suo, nessuno condivide lo stesso. Cinquecento persone non possono avere tutte la stessa identica visione, nello stesso momento, come non possono sognare tutte lo stesso sogno. Secondo, e ancora più decisivo: anche ammettendo le visioni, resterebbe scoperta la tomba vuota. Se il corpo di Gesù fosse rimasto lì, le autorità romane o giudaiche — che avevano tutto l'interesse a stroncare sul nascere il nuovo movimento — sarebbero bastate a esibire il cadavere e chiudere la faccenda in pochi giorni. Non lo fecero. Perché non poterono.

La risposta più frequente di Flew, di fronte a tutto questo, è: «Non sappiamo cosa è successo». Ed è un'ammissione onesta. Ma, come nota Habermas, l'ignoranza non è una confutazione: dire «non so spiegarlo» non equivale a dire «non è accaduto».

I dubbi più frequenti (detti a voce alta)

Le obiezioni che salgono in mente leggendo, prima ancora delle domande più cercate online. Diciamole a voce alta.

  • «Ma i discepoli non potevano semplicemente aver mentito, per fondare una nuova religione?» È l'ipotesi che viene per prima, ed è comprensibile. Il punto è che quasi tutti quei testimoni finirono perseguitati, e diversi uccisi, senza mai ritrattare. Si può morire per una menzogna che si crede vera — è successo tante volte. È molto più difficile morire per una menzogna che si sa di aver inventato, non guadagnandoci nulla. La sincerità della loro convinzione, non a caso, è tra i «fatti minimi» che anche gli scettici accettano.
  • «Cinquecento persone che vedono la stessa cosa: non è più facile pensare a una suggestione di gruppo?» La psicologia distingue tra un'aspettativa condivisa e un'allucinazione condivisa: la prima esiste, la seconda no. Un'allucinazione, per definizione, nasce dentro un singolo cervello. E in ogni caso l'obiezione non tocca il vero problema: la suggestione di gruppo non svuota una tomba.
  • «Va bene la storia, ma un miracolo resta la spiegazione meno probabile: non è più ragionevole cercarne una naturale?» Cercare prima una spiegazione naturale è saggio, e Habermas non lo nega. Il problema è pretendere che la spiegazione naturale sia automaticamente corretta comunque, anche quando nessuna regge davanti ai fatti. A quel punto non stai più seguendo le prove: stai difendendo una conclusione decisa in partenza. Ed è esattamente l'errore in cui, per Habermas, cadeva Flew.
  • «Se le prove sono così forti, perché non tutti gli storici sono cristiani?» Perché i «fatti minimi» e la loro migliore spiegazione sono due cose diverse. Sui fatti c'è ampio consenso; sul passo successivo — «la spiegazione migliore è la resurrezione» — no, perché lì entra in gioco la disponibilità o meno ad ammettere un intervento divino. Il dibattito, insomma, non si perde sui dati, ma sulla porta che si è disposti a lasciare aperta.
  • «Ma allora anche credere è una scelta razionale, non un salto nel buio?» Esatto, ed è il cuore della questione. La resurrezione non chiede di spegnere la ragione: chiede di seguirla fino in fondo, anche là dove la conclusione ci mette a disagio.

Mito e realtà

Il mito La realtà
«I Vangeli sono leggende scritte secoli dopo, impossibile fidarsene» Il Credo di 1 Corinzi 15 risale a 3-5 anni dopo i fatti: troppo presto perché nasca una leggenda, e cita testimoni ancora vivi da interrogare.
«Credere nella resurrezione è un atto di fede cieca, senza prove» Habermas argomenta con i «fatti minimi» accettati anche dagli storici atei: non chiede di fidarsi della Bibbia, ma di spiegare i dati.
«Le apparizioni erano allucinazioni collettive dei discepoli» Le allucinazioni sono private, mai collettive — e comunque non spiegherebbero la tomba trovata vuota.
«Uno scettico serio non cambierà mai idea davanti a queste cose» Flew, il più autorevole ateo del suo tempo, cambiò idea davvero — seguendo le evidenze, non l'emozione.
«La scienza ha dimostrato che i miracoli sono impossibili» Nessuna scienza lo dimostra: è un presupposto filosofico (quello di Hume), e per giunta circolare, non un risultato sperimentale.

La chiusura del dibattito e i vent'anni dopo

Sul palco, Habermas vince per dominio delle fonti e solidità metodologica. Flew appare impreparato sugli studi contemporanei del Nuovo Testamento — cosa comprensibile per un filosofo, ma decisiva in un dibattito che era, prima di tutto, storico. Le giurie gli diedero torto quasi all'unanimità.

Ma la vera storia inizia dopo, e vale più del verdetto. Nel 2004 Flew informa Habermas di una svolta clamorosa: è diventato deista. La ragione principale, dice, non è la resurrezione, ma la complessità del DNA e l'impossibilità di spiegare in modo puramente naturale l'origine della prima vita. (Il deismo, chiariamolo, è la convinzione che esista un Creatore intelligente all'origine di tutto — ma un Creatore che poi non interviene nella storia, non fa miracoli, non si rivela.) Il dettaglio più bello: fu proprio Habermas, il suo vecchio avversario, a intervistarlo per la pubblicazione, dal titolo eloquente: Il mio pellegrinaggio dall'ateismo al teismo.

Nota

Flew non divenne mai cristiano. Non accettò la Bibbia, non credette alla resurrezione, restò un deista aristotelico: convinto di un Creatore intelligente, non di un Dio che interviene nella storia. Proprio questa distinzione dimostra che la sua fu una revisione intellettuale genuina, non una capitolazione emotiva.

Ed è qui la lezione più onesta di tutta la vicenda. Il principio con cui Flew spiegò la sua conversione era la stessa massima socratica che aveva usato per tutta la vita per giustificare l'ateismo: seguire l'evidenza ovunque conducesse — una regola che lui stesso attribuiva al Socrate di Platone. Non cambiò metodo. Cambiò solo la direzione in cui quel metodo lo stava portando.

In sintesi: chi ha detto cosa

Per fissare le idee, ecco la mappa del dibattito in una sola occhiata.

Punto in discussione La posizione di Habermas La posizione di Flew
Come si valuta un miracolo Guardare le prove storiche, senza escluderlo in partenza Impossibile a priori: le leggi di natura vincono sempre (Hume)
Il documento chiave Credo di 1 Corinzi 15, a 3-5 anni dai fatti, con testimoni vivi Non lo affronta a fondo
Le apparizioni Reali; le allucinazioni non sono collettive Forse visioni soggettive; «non sappiamo»
La tomba vuota Nessuna teoria naturalistica la spiega del tutto Nessuna spiegazione solida
Esito sul palco Vince nettamente per dominio delle fonti Impreparato sugli studi del Nuovo Testamento
Vent'anni dopo Continua il suo lavoro sulla resurrezione Diventa deista, «seguendo le evidenze»

Cosa possiamo concludere — e perché ti riguarda

Torniamo alla domanda dell'inizio: Gesù è tornato davvero dalla morte, o è una storia che i discepoli si sono raccontati? Questo dibattito non chiude la questione con un timbro — e sarebbe disonesto dire il contrario. Ma smonta di sicuro un pregiudizio: che chi crede nella resurrezione lo faccia rinunciando alla ragione. Habermas non ti ha chiesto di credere e basta. Ti ha messo davanti fatti, date, testimoni, e ti ha invitato a cercare la spiegazione migliore. Questa è l'esatta forma opposta della credulità.

E poi c'è Flew. Se anche l'ateo più autorevole del suo tempo ha potuto cambiare idea — non per un'emozione, ma seguendo le prove fino a dove lo portavano — allora la vera domanda torna a te. Non «i credenti sono creduloni?», ma: io sono disposto a seguire le evidenze ovunque conducano, anche se mi portano dove non mi aspettavo? È una domanda scomoda, perché non lascia scampo a nessuno: né al credente pigro, né allo scettico sicuro. Ed è, forse, l'eredità più preziosa di quella sera del 1985.

Se ti sei acceso di curiosità e vuoi capire come gli storici valutino la resurrezione, il cuore del metodo di Habermas è spiegato nell'articolo sul Minimal Facts Approach. E se invece vuoi andare direttamente alla fonte — leggere il racconto della Risurrezione così com'è narrato — puoi cominciare dal commento al Vangelo di Marco.

I fatti discussi da Habermas e Flew vengono da racconti precisi: il sepolcro trovato vuoto dalle donne, commentato in Marco capitolo 16, e le apparizioni sulla strada di Emmaus e nel cenacolo, in Luca 24. Il dossier completo è nella guida completa sulla resurrezione; per leggere i quattro racconti uno accanto all'altro ci sono i Vangeli commentati in un cofanetto.

Fonti e approfondimenti

Per chi voglia andare oltre il racconto del dibattito e leggere direttamente i testi e i documenti su cui si fonda la discussione, ecco alcune opere primarie da cui partire.

  • Gary R. Habermas e Antony G. N. Flew, Did Jesus Rise from the Dead? The Resurrection Debate — la trascrizione del dibattito del 1985 raccontato in questo articolo, curata da Terry L. Miethe.
  • Antony Flew (con Roy Abraham Varghese), There Is a God: How the World's Most Notorious Atheist Changed His Mind — il libro in cui Flew spiega di persona il suo passaggio dall'ateismo al deismo.
  • Gary R. Habermas e Michael R. Licona, The Case for the Resurrection of Jesus — l'esposizione più nota del metodo dei «fatti minimi» accennato nell'articolo.
  • David Hume, Ricerca sull'intelletto umano, sezione «Sui miracoli» — la fonte classica dell'argomento contro i miracoli che Flew fa proprio.
  • San Paolo, Prima lettera ai Corinzi, cap. 15 — il testo che contiene l'antico «credo» sulla morte, sepoltura e apparizioni di Gesù, cuore dell'apertura di Habermas.
  • Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 638-658 (la risurrezione di Cristo) — l'esposizione della dottrina cattolica sulla risurrezione.

Domande frequenti

Ci sono prove storiche della resurrezione di Gesù?
Esistono fatti storici accettati dalla maggioranza degli studiosi — anche scettici — come la morte per crocifissione, le apparizioni credute dai discepoli, la tomba vuota e la conversione di nemici come Paolo. Il dibattito verte su quale sia la spiegazione migliore di questi fatti; la resurrezione è, per gli apologeti, l'ipotesi più coerente.
Chi ha vinto il dibattito Habermas-Flew?
Due giurie di esperti assegnarono nettamente la vittoria a Habermas, soprattutto per il dominio delle fonti storiche. Flew, filosofo più che storico, apparve impreparato sugli studi del Nuovo Testamento.
Antony Flew si è convertito al cristianesimo?
No. Nel 2004 Flew divenne deista — convinto dell'esistenza di un Creatore intelligente, soprattutto per la complessità del DNA — ma non accettò mai la resurrezione né la rivelazione cristiana. Rimase un deista aristotelico fino alla morte.
Cos'è il metodo dei «fatti minimi» usato da Habermas?
È un approccio che parte solo dai dati storici accettati dalla stragrande maggioranza degli studiosi, compresi quelli scettici e atei — la morte per crocifissione, la convinzione dei discepoli di aver visto Gesù vivo, la tomba vuota, conversioni come quella di Paolo. Su questa base condivisa si chiede quale spiegazione renda meglio conto di tutti i fatti insieme, senza dover prima dare per affidabile la Bibbia come testo ispirato.

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