Vangelo di Matteo · Capitolo 9

Matteo 9 — commento e guida allo studio

Matteo 9 mostra Gesù che guarisce corpi e anime con un'autorità che appartiene solo a Dio, mentre attorno a lui cresce la resistenza dei capi religiosi.

CEI 2008 · 28 luglio 2026 · AtriumLeggi Matteo 9 per intero ↗

The Calling of Saint Matthew, Giovanni Battista Caracciolo
Giovanni Battista Caracciolo, The Calling of Saint Matthew, ca. 1625–30 · The Metropolitan Museum of Art · Pubblico dominio (Open Access)

🔍 Analisi

Il paralitico e il potere di perdonare(vv. 1–8)

Incisione monocroma azzurra: raggio di luce da un'apertura nel tetto illumina una stuoia vuota in una stanza in penombra.

Immagina di essere così malato da non poterti muovere, e che siano i tuoi amici a portarti fino a Gesù, di peso. È esattamente la scena di apertura. Gesù torna a Cafarnao, «la sua città» (v. 1), e subito gli portano un paralitico. La prima cosa che nota non è la malattia, ma la fede di chi ha fatto tutta quella fatica: la fede degli altri, a volte, apre a te una strada che da solo non riusciresti a percorrere. Tienilo a mente, perché è una delle cose più consolanti di tutto il capitolo — qualcuno può credere per te quando tu non ce la fai.

Poi arriva la frase che spiazza tutti: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati» (v. 2). Ci si aspettava «alzati e cammina», e invece Gesù parte dal di dentro. Gli scribi — gli esperti della Legge — si scandalizzano, e per una ragione seria, non per cattiveria: nella loro fede solo Dio può rimettere i peccati, perché il peccato è un'offesa fatta a Dio. Gesù non nega quella logica, anzi la usa contro di loro: guarire il corpo davanti a tutti diventa la prova visibile di un potere invisibile, quello di perdonare. E si dà un titolo pesantissimo, «Figlio dell'uomo» (v. 6): non è un modo umile di dire «un tizio qualunque», ma una citazione del profeta Daniele (capitolo 7), dove il «Figlio dell'uomo» riceve da Dio un dominio eterno. Tradotto: Gesù sta rivendicando un'autorità che appartiene a Dio solo.

La chiamata di Matteo e la mensa con i peccatori(vv. 9–13)

Incisione color ambra: banco da esattore abbandonato, sedia vuota, luce calda che entra da una porta aperta.

Matteo faceva l'esattore delle tasse per conto dei Romani: nella Palestina occupata era il lavoro più disprezzato che ci fosse, il traditore che si arricchiva alle spalle del suo popolo. Nessuno gli avrebbe dato una seconda possibilità. Gesù invece passa, lo guarda e gli dice una parola sola: «Seguimi» (v. 9). Nota bene: non gli chiede prima di cambiare vita, di restituire il maltolto, di «sistemarsi». È il contrario di come funzioniamo noi, che aspettiamo di essere «a posto» prima di muoverci. Qui è il seguire stesso a innescare la conversione — prima cammini con lui, poi cambi.

E la cosa continua a tavola. Gesù si mette a mangiare con «pubblicani e peccatori» (v. 10), e per i farisei è uno scandalo doppio: al tempo condividere la tavola non era un pasto qualsiasi, era un gesto di piena comunione, come dire «sto dalla tua parte». La risposta di Gesù è una di quelle frasi che vale la pena imparare a memoria: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (v. 12). Un medico che restasse in sala d'attesa a evitare gli ammalati sarebbe assurdo. Poi cita il profeta Osea — «Misericordia io voglio e non sacrifici» — per dire che la misericordia viene prima del rito. Non abolisce il culto, ne rimette in ordine le priorità.

Il digiuno e la novità dello sposo(vv. 14–17)

Incisione verde ossido: un otre nuovo pieno accanto a un otre vecchio lacero, in composizione essenziale.

Stavolta la domanda arriva dai discepoli di Giovanni Battista, gente seria e devota: come mai noi digiuniamo e i tuoi no? Gesù risponde con un'immagine da matrimonio: lui è lo sposo, e finché lo sposo è alla festa nessuno si mette a fare lutto (v. 15). Il digiuno non è cancellato — verrà il suo tempo — ma c'è un momento per ogni cosa, e questo è il momento della gioia perché Dio in persona è in mezzo a loro.

Poi due paragoni velocissimi, presi dalla vita di tutti i giorni: non metti una toppa di stoffa nuova su un vestito vecchio (strappa peggio di prima), e non versi vino nuovo, ancora in fermentazione, in otri di pelle vecchi e rigidi (scoppiano) (vv. 16–17). Un otre, se non lo sai, è il contenitore di pelle che usavano al posto delle nostre bottiglie. Il senso è uno: il Vangelo non è un ritocco della vecchia religione, un aggiornamento cosmetico. È vino nuovo, e chiede otri nuovi — cioè un cuore disposto a lasciarsi rifare, non solo qualche buona abitudine in più.

La donna emorroissa e la figlia del capo(vv. 18–26)

Incisione verde ossido: mano che sfiora l'orlo di un mantello illuminato, ombre appena suggerite sullo sfondo.

Qui Matteo incastra due storie una dentro l'altra, e non è un caso: le fa dialogare. Un capo — un uomo importante, probabilmente della sinagoga — si getta ai piedi di Gesù per la figlia appena morta: «vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà» (v. 18). Un padre disperato che chiede l'impossibile.

Mentre Gesù è per strada, si intromette una donna malata da dodici anni di emorragie. «Emorroissa» significa solo questo: una donna con perdite di sangue continue. Ma al tempo quella malattia la rendeva anche «impura» secondo la Legge, quindi tagliata fuori da tutto: non poteva toccare nessuno senza contaminarlo. Lei non osa nemmeno farsi vedere: tocca di nascosto il lembo del mantello di Gesù, convinta che basti quel contatto (v. 21). E Gesù non la lascia scappare nell'anonimato: la cerca con lo sguardo e le dice «la tua fede ti ha salvata» (v. 22). È un dettaglio enorme — non è stata la «magia» del tessuto a guarirla, ma la fede di una persona che si è fidata. Gesù vuole che lei lo sappia, che ci metta la faccia.

Arrivato dalla bambina, Gesù dice che «non è morta, ma dorme» e lo prendono in giro (v. 24); lui la prende per mano e lei si alza (v. 25). Due donne senza nome, una vecchia e una giovane, la stessa fede che sblocca la vita dove sembrava tutto finito.

I due ciechi e il muto indemoniato(vv. 27–34)

Incisione azzurra: imposta socchiusa che lascia filtrare la luce in una stanza buia, evocando occhi che si aprono.

Due ciechi seguono Gesù gridando «Figlio di Davide» (v. 27): è un titolo da Messia, il re promesso della stirpe di Davide. Ci vedono poco con gli occhi, ma sull'identità di Gesù ci vedono benissimo. E Gesù fa una domanda diretta, che vale anche per te: «Credete che io possa fare questo?» (v. 28). Non è una formalità: qui la fede non è solo un presupposto, è una condizione dichiarata ad alta voce. Prima di guarirli, chiede se si fidano.

Poi guarisce un muto posseduto da un demonio, e succede una cosa che ti sarà familiare: davanti allo stesso fatto, la folla resta a bocca aperta per lo stupore, mentre i farisei subito accanto tirano fuori l'accusa: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni» (v. 34). Cioè: fa il bene, ma per conto del diavolo. Meraviglia e sospetto convivono nello stesso istante, davanti agli stessi occhi. Non tutti quelli che vedono un miracolo si arrendono all'evidenza: c'è chi preferisce trovare una spiegazione qualunque pur di non doversi ricredere.

Compassione per le folle e l'invio degli operai(vv. 35–38)

Incisione color ambra: campo di grano maturo e dorato, mosso dal vento, senza mietitori presenti.

Il capitolo si chiude con Gesù che gira città e villaggi predicando e guarendo (v. 35). A un certo punto si ferma a guardare la gente, e quello che vede gli stringe il cuore: folle «stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (v. 36). È un'immagine che nell'Antico Testamento (Mosè in Numeri 27,17 e il profeta Ezechiele al capitolo 34) descriveva un popolo abbandonato, senza nessuno che se ne prenda cura davvero. Provala addosso a oggi: quanta gente in giro sembra proprio così — stanca, persa, senza una direzione.

E qui c'è la sorpresa finale. Ti aspetteresti che Gesù, il Figlio di Dio, risolva tutto da solo con un piano perfetto. Invece la sua reazione è di pura compassione, e diventa una richiesta rivolta ai discepoli: pregate «il signore della messe» perché mandi operai (vv. 37–38). La «messe» è il grano maturo pronto per il raccolto: tanto grano, pochissime braccia. Il capitolo non finisce con un trionfo, ma con una preghiera e un bisogno aperto — che il capitolo dopo comincerà a colmare, quando quegli operai saranno finalmente inviati. E tra quegli operai, in fondo, ci sei anche tu.

Tema Chiave del Capitolo 9

Matteo 9 mostra Gesù che guarisce corpi e anime con un'autorità che appartiene solo a Dio, mentre attorno a lui cresce la resistenza dei capi religiosi. Ogni episodio — il paralitico, Matteo, la donna emorroissa, la fanciulla, i ciechi, il muto — ripete la stessa struttura: un bisogno umano concreto, un gesto di fede, un'azione di Gesù che va sempre oltre la semplice guarigione fisica. E ogni volta, accanto alla meraviglia della folla, si affaccia il sospetto o l'accusa di chi custodisce la religione stabilita. Il capitolo non si chiude con un trionfo, ma con una richiesta di aiuto: la messe è già matura, mancano le braccia.

L'autorità di Gesù sul male fisico e morale solleva la domanda su come intendere la rivelazione come parola che agisce, non solo che informa, questione che si può approfondire in una riflessione su cosa significa che Dio parla; chi vuole seguire riga per riga i singoli episodi trova il testo completo in la guida al Vangelo di Matteo, mentre l'immagine finale della messe matura ispira il quadro del campo di grano.

💡 Reflect — Punti Chiave da Ricordare

  • La fede altrui può aprire una strada. Nel caso del paralitico, Gesù agisce vedendo la fede di chi lo porta, non solo quella del malato. La preghiera e la fede degli altri contano davvero per la tua vita: qualcuno può crederci per te quando tu non ce la fai.
  • La chiamata precede la conversione. Matteo è chiamato mentre è ancora seduto al banco delle imposte, nel pieno della sua vita di prima. La grazia arriva prima che tu la meriti, non dopo: non devi aspettare di essere «a posto» per rispondere.
  • La fede riconosciuta salva, non il gesto magico. La donna emorroissa tocca il mantello pensando che basti il contatto fisico; Gesù la cerca con lo sguardo e nomina esplicitamente la sua fede come causa della salvezza. Non è un oggetto a salvare, ma una persona in cui ci si fida.
  • La compassione di Gesù genera una richiesta, non un piano. Davanti alle folle sfinite, Gesù non organizza una struttura: chiede di pregare perché arrivino altri operai. La missione nasce dalla preghiera, e chiama in causa anche te.

🔎 Dive Deeper

Domanda per la vita:

C'è qualcosa nella tua vita per cui aspetti di «essere pronto» prima di rispondere a una chiamata — come se Matteo dovesse prima lasciare il banco delle imposte, e invece è chiamato proprio lì, così com'è? Cosa ti trattiene dal rispondere adesso?

Approfondimento — «Misericordia io voglio e non sacrifici»: La citazione del profeta Osea (6,6) al v. 13 è una chiave centrale nel modo in cui Matteo presenta Gesù ai suoi lettori ebrei. Non è un rifiuto del culto in sé — Gesù non dice che i sacrifici siano inutili — ma un richiamo alle priorità: il rito senza misericordia diventa un guscio vuoto. Gesù userà di nuovo questa stessa frase in Matteo 12,7, discutendo del riposo del sabato. È una delle lenti con cui l'evangelista legge tutto il conflitto tra Gesù e i farisei: non due religioni diverse in guerra, ma due modi opposti di intendere la stessa Legge — uno che parte dal cuore di Dio, l'altro che si ferma alla forma.

Riferimenti al Catechismo della Chiesa Cattolica

  • CCC 1441-1442: Solo Dio perdona i peccati; Cristo dona questo potere agli uomini e ne affida l'esercizio alla Chiesa
  • CCC 1503: Cristo guarisce corpo e anima
  • CCC 545: Gesù invita i peccatori alla mensa del Regno
  • CCC 2616: La fede di chi prega ottiene ciò che Gesù promette
  • CCC 2634: La preghiera di intercessione
  • CCC 754: La Chiesa come gregge, il bisogno di pastori

🕊 Preghiera della Lezione

Salmo 23 (22), 1.6 — Il Signore pastore che raduna il gregge disperso (CEI 2008)
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.
Il Salmo 23 risponde all'immagine centrale del capitolo: le folle «come pecore che non hanno pastore» (v. 36). È il salmo del pastore che guida, guarisce e consola — esattamente ciò che Gesù fa in ogni episodio di Matteo 9, e ciò che chiede ai discepoli di continuare a fare dopo di lui.

📌 Versetto-memoria

«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!» (Mt 9,37)

Domande frequenti

Perché gli scribi accusano Gesù di bestemmia quando perdona i peccati?
Nella tradizione ebraica solo Dio può rimettere i peccati, perché ogni peccato è prima di tutto un'offesa fatta a Dio. Dicendo «ti sono perdonati i peccati» Gesù si attribuisce implicitamente un'autorità che è di Dio, ed è proprio questo che gli scribi colgono e rifiutano. Il Catechismo (CCC 1441-1442) conferma che questo potere appartiene a Dio, e che Cristo lo ha poi trasmesso alla Chiesa, per esempio nel sacramento della Confessione.
Perché Gesù mangia con i pubblicani e i peccatori se sono considerati impuri?
Nella cultura del tempo condividere la tavola era un gesto di piena comunione, non un semplice pasto: significava «sto dalla tua parte». Gesù lo fa apposta, per mostrare che la sua missione è rivolta proprio a chi si riconosce bisognoso, non a chi si crede già a posto. Il Catechismo (CCC 545) legge questo gesto come un anticipo della mensa del Regno, aperta a tutti.
Cosa significa che la donna emorroissa «è stata salvata» dalla sua fede?
Il verbo greco usato dice più della semplice guarigione fisica: è la stessa parola che indica la salvezza operata da Dio. Gesù collega esplicitamente la guarigione al riconoscimento della fede della donna, non a un gesto magico del contatto con il mantello. È un modello di come funziona la fede autentica: si rivolge a una persona di cui ci si fida, non a un oggetto da cui strappare un risultato.