Vangelo di Marco · Capitolo 15

Marco 15 — commento e guida allo studio

Marco 15 racconta la Passione di Gesù come un continuo rovesciamento delle attese: chi dovrebbe capire non capisce, chi resta fedele è chi conta meno agli occhi del mondo, e il momento della sconfitta più totale diventa quello della rivelazione.

CEI 2008 · 28 luglio 2026 · AtriumLeggi Marco 15 per intero ↗

The Crucifixion, Master of the Codex of Saint George
Master of the Codex of Saint George, The Crucifixion, ca. 1330–35 · The Metropolitan Museum of Art · Pubblico dominio (Open Access)

🔍 Analisi

Gesù davanti a Pilato(vv. 1–15)

Bacinella d'acqua su soglia di pietra, ombre indistinte di una folla lontana, atmosfera grave e silenziosa

Hai presente quando una decisione è già stata presa dietro le quinte, e la riunione ufficiale serve solo a metterci un timbro? È esattamente ciò che succede qui. Il sinedrio — cioè il tribunale religioso ebraico — ha già emesso la condanna durante la notte; all'alba resta solo da renderla esecutiva davanti a Pilato, il governatore romano, l'unico che poteva firmare una condanna a morte.

Pilato va dritto al punto e chiede: «Tu sei il re dei Giudei?» (v. 2). La risposta di Gesù spiazza: «Tu lo dici» (v. 2). Non è un sì, non è un no. È un modo per non lasciarsi rinchiudere nell'idea di "re" che ha in testa chi lo interroga — un capo politico, un rivale di Cesare. Gesù è re, ma non nel senso che Pilato teme. E poi, davanti a un fiume di accuse, Gesù tace. Quel silenzio destabilizza il governatore più di qualsiasi arringa difensiva: «Pilato ne restò stupito» (v. 5). C'è una forza enorme in chi, potendo difendersi, sceglie di non farlo.

L'episodio di Barabba è un ritratto perfetto di come si manipola una folla. Marco è tagliente e annota il vero movente dei capi: agivano «per invidia» (v. 10). Sono loro a soffiare sul fuoco, spingendo la gente a chiedere la libertà di un rivoltoso al posto di quella di Gesù. Il grido «Crocifiggilo!» (v. 13) rimbomba, e più Pilato prova a trovare una scappatoia — «Che male ha fatto?» (v. 14) — più la folla alza la voce. Alla fine il governatore cede alla pressione: fa flagellare Gesù e «lo consegnò perché fosse crocifisso» (v. 15). È la fotografia di come, ancora oggi, la verità venga spesso sacrificata alla convenienza e alla paura di andare controcorrente.

L'incoronazione di scherno(vv. 16–20)

Corona di spine su pietra grezza, illuminata di lato da una luce fredda, nessuna figura umana visibile

I soldati trascinano Gesù nel pretorio — il quartier generale del governatore — e organizzano una messinscena crudele: una parodia di incoronazione. Gli mettono addosso una veste di porpora (il colore dei re), gli calcano in testa una corona di spine e lo salutano beffardi: «Salve, re dei Giudei!» (v. 18). È bullismo allo stato puro, violenza mascherata da cerimonia di corte.

Marco, fedele al suo stile, non aggiunge una parola di commento: lascia che la scena parli da sola. Eppure c'è un'ironia enorme, che i soldati nemmeno immaginano. Loro credono di prendere in giro un finto re, e invece stanno dicendo, senza saperlo, la pura verità: Gesù è davvero re. Solo che il suo regno non si impone con la spada né si difende con la forza. Si mostra proprio lì, in un uomo umiliato che non reagisce.

La crocifissione al Gòlgota(vv. 21–32)

Croce di legno spoglia su un'altura deserta, cielo grigio e vuoto, nessuna figura umana rappresentata

Sulla strada verso il luogo dell'esecuzione, un passante finisce dentro la scena senza volerlo: Simone di Cirene, «uno che passava di là» viene costretto a portare la croce. Marco lo identifica con una precisione insolita — «padre di Alessandro e di Rufo» (v. 21). Perché quel dettaglio? Perché la comunità cristiana a cui Marco scrive conosceva di persona quella famiglia: è come dire "il papà di due persone che tutti voi conoscete". Un segnale che dietro il racconto ci sono testimoni reali, non leggende.

Al Gòlgota rifiutano a Gesù «vino con mirra» (v. 23), cioè un blando anestetico che si offriva ai condannati per attutire il dolore. Lui non lo prende: sceglie di affrontare la morte pienamente cosciente, senza sconti. I soldati intanto «si divisero le sue vesti, tirando a sorte» (v. 24) — un dettaglio che non è casuale, perché ricalca alla lettera il Salmo 22, scritto secoli prima. La scritta inchiodata sopra la croce, «Il re dei Giudei» (v. 26), doveva essere un cartello d'accusa e diventa invece, senza volerlo, un annuncio.

Accanto a Gesù crocifiggono due ladroni (v. 27), e attorno a lui si scatena una gara di insulti. Passanti, capi dei sacerdoti e perfino i due condannati lo deridono tutti con la stessa frase: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso!» (v. 31). È la tentazione più antica di tutte, quella che ci portiamo dentro anche noi: immaginare un Dio che usa la sua potenza per salvare se stesso, invece di spenderla per salvare gli altri. Gesù rovescia proprio questa idea: resta lì, e non scende.

La morte di Gesù(vv. 33–39)

Velo del tempio lacerato dall'alto in basso, avvolto dal buio, un sottile raggio di luce nello strappo

A mezzogiorno, l'ora della luce più piena, cala invece il buio «su tutta la terra» (v. 33): è come se la creazione stessa si oscurasse davanti a quello che sta accadendo. Alle tre del pomeriggio Gesù grida in aramaico — la sua lingua di tutti i giorni — «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?» (v. 34), che significa "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Sono le parole con cui si apre il Salmo 22, e dicono l'abbandono più totale che una persona possa gridare a Dio. Qualcuno tra i presenti fraintende, credendo che stesse chiamando il profeta Elia (v. 35).

Poi arriva la fine: «Gesù, dando un forte grido, spirò» (v. 37). E in quell'istante succede qualcosa di enorme: «il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo» (v. 38). Quel velo era una tenda spessa che, dentro il tempio di Gerusalemme, chiudeva la stanza più sacra di tutte, dove si credeva abitasse la presenza di Dio: un luogo dove poteva entrare solo il sommo sacerdote, una volta l'anno. Il suo strapparsi proprio nel momento della morte di Gesù dice una cosa sola: la barriera tra Dio e gli uomini è caduta. Non c'è più una zona riservata a pochi.

E il colpo di scena finale arriva dalla bocca meno prevedibile. Non un discepolo, non un sacerdote, ma un centurione romano — un ufficiale pagano, uno che aveva appena finito di eseguire l'esecuzione — pronuncia la confessione più alta di tutto il Vangelo: «Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!» (v. 39). Chi doveva riconoscerlo non ci è riuscito; ci arriva proprio l'ultimo che ti aspetteresti.

Le donne, Giuseppe d'Arimatea e la sepoltura(vv. 40–47)

Pietra rotonda che chiude l'ingresso di una tomba scavata nella roccia, luce morente del tramonto

Nota chi è rimasto e chi è sparito. I Dodici, gli amici più stretti scelti da Gesù in persona, non ci sono più: si sono dileguati. A restare, «osservando da lontano» (v. 40), sono alcune donne: Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Ioses, Salome, e altre che lo avevano seguito fin dai tempi della Galilea (vv. 40–41). Sono loro le testimoni fedeli fino all'ultimo, quelle che non scappano. Restare, anche solo restare quando non puoi fare nulla, è già una forma di amore.

Poi entra in scena un personaggio coraggioso: Giuseppe d'Arimatea, membro dello stesso sinedrio che ha condannato Gesù, ma uno che «aspettava il regno di Dio» (v. 43). Fa una cosa rischiosissima: «con coraggio andò da Pilato» a chiedere il corpo di Gesù. È un gesto pubblico, esposto, che lo mette in cattiva luce davanti ai suoi stessi colleghi del tribunale. Ci vuole fegato per schierarsi apertamente con un condannato quando tutti gli altri prendono le distanze.

Pilato, prima di concedere il corpo, si accerta tramite il centurione che Gesù sia morto davvero (vv. 44–45) — un dettaglio importante, perché toglie in partenza ogni sospetto di morte solo apparente. Poi Giuseppe avvolge il corpo in un lenzuolo e lo depone «in un sepolcro scavato nella roccia» (v. 46). E le due Marie restano lì a guardare esattamente dove viene messo (v. 47): un dettaglio che sembra minimo, ma che prepara il terreno per ciò che accadrà nel capitolo successivo — perché saranno proprio loro a tornare, e a trovare la tomba vuota.

Tema Chiave del Capitolo 15

Marco 15 racconta la Passione di Gesù come un continuo rovesciamento delle attese: chi dovrebbe capire non capisce, chi resta fedele è chi conta meno agli occhi del mondo, e il momento della sconfitta più totale diventa quello della rivelazione. Sotto la croce, un centurione pagano confessa ciò che Israele non ha riconosciuto. Il capitolo non addolcisce nulla — il grido di abbandono, il buio, il silenzio di Dio restano lì, senza spiegazione facile e a buon mercato. Eppure proprio in quel punto di massima oscurità un soldato romano dice la parola che tutto il Vangelo ha preparato: Figlio di Dio. La croce non è la sconfitta nascosta dietro una gloria che verrà dopo: è essa stessa il luogo dove la gloria di Dio si mostra, e la sua forma è un amore che si consegna fino in fondo, senza trattenere nulla.

Il silenzio di Dio sulla croce resta la domanda più scomoda del capitolo, e chi vuole affrontarla di petto può farlo attraverso un percorso sul problema della sofferenza o riflettendo su perché Dio non si mostra apertamente. Per proseguire capitolo per capitolo, il percorso completo resta la guida al Vangelo di Marco. Le lezioni su Marco sono raccolte anche in un libro, cartaceo o ebook, per seguire la Passione senza interruzioni.

💡 Reflect — Punti Chiave da Ricordare

  • Gesù non si difende, ma non è debolezza. Davanti a Pilato tace, davanti agli insulti sulla croce non reagisce. Non è impotenza: è la scelta libera di non salvare se stesso con la forza, per poter salvare gli altri proprio attraverso quella debolezza accettata.
  • La fede dell'entusiasmo non regge alla prova. La folla che urla «Crocifiggilo!» è in gran parte la stessa che pochi giorni prima acclamava Gesù. Una fede legata solo all'emozione del momento crolla appena arriva la difficoltà: la croce smaschera l'entusiasmo superficiale.
  • Il velo squarciato apre Dio a tutti. L'accesso a Dio non passa più per un luogo riservato a pochi eletti. La morte di Gesù spalanca una via diretta, per ogni persona, senza intermediari privilegiati.
  • I veri testimoni non sono quelli che ti aspetti. Non i potenti, non i discepoli scelti per primi, ma le donne che restano e un centurione pagano che riconosce ciò che i capi religiosi non vogliono vedere. Dio si fa riconoscere spesso da chi il mondo mette ai margini.

🔎 Dive Deeper

Domanda per la vita:

C'è stato un momento in cui hai sentito Dio in silenzio, come Gesù sulla croce — una preghiera senza risposta, un dolore senza spiegazione? Come hai reagito: con rabbia, allontanandoti, oppure sei rimasto lì, come le donne sotto la croce, anche senza capire?

Approfondimento — Il grido di abbandono e il Salmo 22: Quel grido in aramaico del versetto 34 sembra la frase di un uomo che ha perso la fede. Ma nella cultura ebraica funzionava in un modo che oggi ci sfugge: citare il primo verso di un salmo significava richiamare l'intero testo, un po' come quando basta l'inizio di una canzone che tutti conoscono per far venire in mente il resto. E il Salmo 22, che comincia con «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», non finisce nella disperazione: attraversa l'angoscia più nera e sbocca nella lode e nella fiducia in Dio che salva. Chi ascoltava Gesù, e conosceva quel salmo a memoria, sapeva anche come andava a finire. Il suo grido, quindi, non è un cedimento: è preghiera vera, umanissima, che attraversa la notte più buia sapendo che quel salmo non si chiude lì. Gesù prega con le parole della sua tradizione, come farebbe qualunque credente ebreo nell'ora più dura.

Riferimenti al Catechismo della Chiesa Cattolica

  • CCC 597: La responsabilità della morte di Gesù non ricade su tutti gli ebrei
  • CCC 601: La morte di Cristo rientra nel disegno di salvezza di Dio
  • CCC 612: Cristo accetta liberamente la volontà del Padre fino alla fine
  • CCC 627: La vera morte di Cristo, separazione di anima e corpo
  • CCC 2605: La preghiera di Gesù sulla croce riprende il Salmo 22

🕊 Preghiera della Lezione

Salmo 22 (21), 1-11.25 — Il grido di abbandono che si apre alla fiducia (CEI 2008)
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido!
Mio Dio, grido di giorno e non rispondi;
di notte, e non c’è tregua per me.
Eppure tu sei il Santo,
tu siedi in trono fra le lodi d’Israele.
In te confidarono i nostri padri,
confidarono e tu li liberasti;
a te gridarono e furono salvati,
in te confidarono e non rimasero delusi.
Ma io sono un verme e non un uomo,
rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente.
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».
Sei proprio tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai affidato al seno di mia madre.
Al mio nascere, a te fui consegnato;
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
perché egli non ha disprezzato
né disdegnato l’afflizione del povero,
il proprio volto non gli ha nascosto
ma ha ascoltato il suo grido di aiuto.
Il Salmo 22 è la preghiera che Gesù stesso pronuncia sulla croce. Comincia con l'abbandono più nudo — «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato» — ma si sviluppa verso la fiducia e la lode, anticipando che la sofferenza non è l'ultima parola. Pregarlo dopo aver letto Marco 15 significa entrare nella stessa notte di Gesù, sapendo che quella notte si apre all'alba.

📌 Versetto-memoria

«Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39)

Domande frequenti

Perché Gesù grida "Dio mio, perché mi hai abbandonato" se è Figlio di Dio?
Il grido è l'inizio del Salmo 22, una preghiera ebraica che parte dall'angoscia ma finisce nella fiducia in Dio. Gesù vive fino in fondo la condizione umana, compreso il senso di abbandono, senza smettere di pregare il Padre. Il Catechismo (CCC 2605) lo legge come preghiera vera, non come perdita di fede.
Chi era Barabba e perché la folla lo preferisce a Gesù?
Barabba era un rivoltoso coinvolto in un omicidio durante una sommossa contro Roma. La folla, istigata dai capi dei sacerdoti, sceglie di liberare lui invece di Gesù: un innocente viene condannato al posto di un colpevole, immagine che la tradizione cristiana legge come anticipo di ciò che Cristo fa per ogni peccatore.
Perché il velo del tempio si squarcia quando Gesù muore?
Il velo separava il luogo più sacro del tempio, dove si credeva abitasse la presenza di Dio, dal resto del popolo. Il suo squarciarsi nel momento della morte di Gesù indica che quella separazione è finita: l'accesso a Dio non passa più per un recinto riservato, ma è aperto a tutti attraverso Cristo.